
La vita è fatta di molte cose, ce ne sono alcune che la rendono più vera e più bella. Amore e sesso, specialmente quando viaggiono insieme, sono il succo della vita stessa, sono il VIVERE, sono parte del "Diario di un uomo".
Attenzione: Se non sei maggiorenne non proseguire nella lettura!
(dura lex, sed lex)
Come a volte accadeva, non sempre ma a volte, l’eccitazione si era accumulata come il vapore in una pentola a pressione. Una pentola da ore sul fuoco. Come per una diga che trattiene tonnellate d’acqua. Come per una diga in cui basta una piccola crepa perché non sia più capace a sopportare una goccia in più.
Sigi amava provocarmi, tenermi sulla corda a volte per giorni. Mi stuzzicava, mi faceva eccitare e poi scappava per ritornare a provocarmi appena vedeva che mi stavo raffreddando. Era un gioco di sguardi, di mezze frasi dette languidamente sottovoce. Per me era una continua e sempre nuova conquista in un torneo di continua seduzione. Nulla era scontato, nulla poteva essere programmato ed il risultato era sempre incerto.
Appena varcata la soglia e chiusa la porta, mollati i cappotti per terra, attratti da una forza incontrollabile, ci gettammo uno nelle braccia dell’altra, le lingue si avvinghiarono cercando di arrivare dove mai erano arrivate. Lingue vorticose e assetate come estreme appendici di due anime che volevano, dovevano fondersi tra loro tra loro per poter sopravvivere.
Non pensavamo mentre le mani che veloci frugavano il corpo dell’altro, si muovevano rapide e sicure per slacciare bottoni, aprire cerniere e afferrare il più possibile della pelle, della carne e non avevano più tempo e non eravamo più in nessun luogo ma semplicemente ERAVAMO. Eravamo animali bramosi, angeli in volo, diavoli scatenati spinti uno contro l’altro dalla magica forza dell’eccitazione.
Finalmente riuscii a superare l’ostacolo delle mutandine, due dita si fecero strada tra le labbra della vagina trovando un torrente vischioso e caldo che le risucchiava dentro il corpo della donna. Le mie dita si movevano, cercavano, frugavano, perché nulla di quel paradiso potesse andare perduto, non c’era tempo o forse quello era l’unico tempo, la vita, l’universo racchiuso in un paradiso caldo e avvolgente che reagiva al loro movimento come se anche per lui non ci fosse tempo o forse quello fosse l’unico tempo, la vita, l’universo tutto concentrato in quelle dita che tutto dovevano prendere e tutto dovevano sapere.
Sigi gemeva, si contorgeva come in preda ad un delirio mistico. Sentivo il suo respiro caldo uscire ritmicamente dalle narici appoggiate alla mia guancia mentre le nostre lingue orbitavano tra loro.
Amavo alla follia sentire l’eccitazione della mia donna. Mi piaceva più di qualunque altra cosa al mondo, mi piaceva sapere di riuscire a creare quel miracolo. Amavo quella donna, amavo il suo odore e amavo sentirla bagnata.
Amavo come le sue mani di lei sapevano afferrarmi il pene, mani sicure, mani padrone, Quelle piccole mani dalle dita lunghe e affusolate, senza anelli ne smalti, che sapevano diventare forti e facevano sentire il mio membro un oggetto meraviglioso e miracoloso, l’unico cazzo dell’universo, il più grande ed il più bello. Quelle mani lo amavano non potevano stare senza di lui, senza massaggiarlo, senza possederlo. Come le mani di una regina che tale è, solo quando afferra saldamente lo scettro, attraverso il quale ha il potere di vita e di morte sul tutto e per sempre.
Così quelle mani stringevano il mio cazzo, le dita correvano lungo tutta l’asta cercando il liquido della sua eccitazione per lubrificare meglio il movimento. Sentivano il palpito del cuore trasmesso dalle vene.
Forse erano passati solo dei secondi da quando avevamo chiuso la porta dietro le nostre spalle, forse erano passati dei millenni ed il mondo li fuori non era più lo stesso, ma non importava, perché il tempo non esisteva più era stato sostituito dal nostro respiro affannoso, dai gemiti e dai baci.
Eravamo finiti contro la parete bianca del corridoio lei con la schiena contro il muro, il mio corpo contro quello di lei. Il pollice aveva sostituito indice e medio che erano passati a massaggiare delicatamente l’ano di lei. Le mie dita sapevano cercare e mi eccitava incredibilmente sentire con i polpastrelli bagnati le contrazioni del culetto. Lo chiamavamo culetto, quel buchino rosa in mezzo a due chiappe piccole e sode.
Senza che la mano di Sigi mollasse il mio pene, lei si girò, appoggio la faccia contro il muro, inarcò in fuori il sedere, appoggiò la punta del cazzo contro il buchino rosa e con una leggera spinta lo infilò dentro e tenendolo saldamente in mano cominciò a farlo andare dentro e fuori ritmicamente.
- Ti sto facendo una sega nel mio culo…
diceva con voce rotta e ansimante,
- Ti sto facendo una sega nel mio culo…
- Sono la tua troia, sono la tua puttana e ti sto facendo una sega nel mio culo!
Sentivo l’ano di lei schiudersi ogni volta che il mio cazzo entrava.
Dentro…
Fuori…
Dentro…
- Sono eccitatissima, sono un lago e sono la tua troietta e tu mi stai usando, mi stai spaccando il culo, lo sento fino in gola e sto per godere…
Non fece tempo di finire la frase che senti le contrazioni del suo orgasmo stringere il mio uccello. Urlò e mugulò a lungo mentre l’orgasmo la scuoteva…
- sborrami nel culo, riempimi adesso!
sospirò.
Infilai il cazzo più dentro possibile, mi fermai un attimo e scoppiai. Sigi lanciò un urlo e ebbe immediatamente un altro orgasmo.
Rimanemmo così in piedi contro il muro per non so quanto, il mio cazzo dentro il suo culo che mi ammosciava lentamente...
- amo sentire il tuo getto caldo nella mia pancia
mi disse sottovoce, mentre il suo sfintere aveva ancora qualche contrazione.
Scivolammo sul pavimento, ancora abbracciati, senza che io uscissi da lei. L’abbracciavo stretta, mentre una profonda dolcezza ci avvolgeva. Sentivo il suo odore penetrarmi nell’anima… le baciai il collo, lentamente, teneramente …
- Ti amo, ti amo all’infinito…
Avrei voluto che quel momento non finisse mai...